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  • L’Uva e i Falò


    Alla Fattoria Le Masse, l’antica pratica agronomica è venuta in soccorso degli storici impianti vitati

    Erano quei giorni in cui il viticoltore celebra il ritorno della primavera, quelli in cui – nel godersi lo spettacolo delle piante che si risvegliano – si ri-emoziona e si ri-innamora di questo duro, stupefacente lavoro. E invece, alla fine di un aprile con temperature insolitamente alte e poche precipitazioni, è arrivato un gelo improvviso e implacabile, con i termometri vicini allo zero, a ricordare che questo lavoro è anche – o soprattutto – imprevedibile.

    Nelle prime ore di del mattino, i germogli di tante vigne hanno combattuto un nemico capace di azzerare rapidamente ogni investimento operato. E spesso hanno perso, non solo nell’area del Chianti ma anche altrove in Italia e in Europa. I rischi del comparto vitivinicolo, che è fabbrica a cielo aperto per un prodotto quanto mai mutevole, sono naturalmente ben noti a chiunque abbia fatto di questa occupazione anche la propria passione: è un tipo di incognita che mal si combatte con azioni commerciali o di marketing, ma con la dedizione e l’esperienza, e affrontando con motivazione ogni nuova sfida.

    Anche alla Fattoria Le Masse il freddo si è abbattuto sui 26 ettari di vigneti storici, seppure fortunatamente le vigne mature – meno esuberanti e più tardive nel ributtare – si sanno in generale difendere meglio dalla battuta d’arresto che il gelo comporta.

    La filosofia di Christiane, Robin e Lea è da sempre volta alla valorizzazione delle radici storiche, sia preservando ogni vigna e clone antico, sia affidandosi a mani esperte di antiche abilità. Così l’antica pratica agricola di accendere falò in vigna, che spesso è tributo alla tradizione più che effettiva necessità, quest’anno è tornata ad essere utile, in quei 20 e 21 aprile vestiti d’inverno. E per quanto lo spettacolo che ne è derivato anche alle porte di Barberino Val d’Elsa – proprio alla Fattoria Le Masse – sia stato effettivamente superbo… rimarrà nel ricordo dei Mugnaini come il racconto di quelle notti in cui non si sono arresi senza lottare, e in cui la suggestione scenica che ne è derivata è stata solo un bell’effetto secondario, omaggio al primario impegno di preservare – ancora una volta – gli antichi impianti vitati.

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